Se nell’articolo  «Le dieci Banche Popolari dopo la legge sulle Spa: nella loro foto in filigrana ci sono “stranieri” e spesso (sempre?) Intesa Sanpaolo con i suoi “amici”» abbiamo fotografato cosa è successo e cosa sta succedendo alle Popolari investite dalla rivoluzione Renzi-Bce ecco la situazione, non certo idilliaca, in cui si trova Carige, la Cassa di Risparmio di Genova, un tempo fiore all’occhiello della famiglia dei Malacalza e oggi un’altra preda per incursioni più o meno ostili con i soci “minori” a subirne le conseguenze peggiori perché loro, a differenza degli “investitori” di professione o per interessi collaterali, le azioni le hanno comprate nel tempo senza mettere in conto guerre stellari che vedono in campo ora Cassa Centrale Banca, uno dei due “agglomerati” (l’altro è ICCREA) delle BCC.

Ce lo racconta Vittoria Puledda su La Repubblica di oggi sotto il titolo “Carige, la nuova svolta. Ritorna preda ambita se Ccb volta le spalle“.

Settimana calda per Carige, o per meglio dire per i due principali azionisti della banca ligure – il Fondo interbancario di garanzia e Cassa Centrale banca che entro fine mese dovranno sciogliere il nodo degli assetti futuri. Ccb deve decidere se esercitare l’opzione di acquisto sull’80% della banca controllato dal Fondo. In caso contrario – che appare molto probabile – si apre un altro capitolo del risiko bancario. Senza fretta, perché il Fondo non deve vendere (e men che meno ora, dopo la sentenza della Corte di giustizia europea che ne ha confermato la natura privatistica) però è chiaro che la sua mission non è quella di fare l’azionista stabile di maggioranza.

Anche Carige quindi rientrerebbe tra quelle pedine che potrebbero muoversi in tempi non lontanissimi. Accanto alla Popolare di Sondrio, una volta che fosse trasformata in spa, al Montepaschi, la tessera più temuta del puzzle e nello stesso tempo quella che necessariamente deve trovare una sua sistemazione, a Bper e al BancoBpm, soggetti aggreganti e forse promessi sposi, e ovviamente a Unicredit, che può sparigliare le carte muovendo in una o nell’altra direzione (difficilmente potrà star fermo, ma occorrerà aspettare l’arrivo di Andrea Orcel per capirne di più). Proprio su Carige in passato è stato più volte chiamato in causa il Crédit Agricole; tuttavia l’istituto francese, che aveva sempre smentito un interesse per la banca della Lanterna, in questo momento è impegnato sul fronte Creval.

Domani si riunisce il consiglio della Cassa Centrale banca, che ha “solo” l’8,3% di Carige, pagato circa 65 milioni, nell’ambito dell’aumento di capitale del 2019 che di fatto azzerò i vecchi azionisti (Malacalza compreso, che peraltro ha vari contenziosi in essere con la banca). Due giorni dopo sarà la volta del Fondo interbancario di garanzia, che insieme allo Schema volontario era intervenuto sottoscrivendo 600 milioni dell’aumento di capitale. Partecipazione non certo fortunata e che ha portato i due organismi interbancari a svalutare complessivamente di circa 500 milioni la quota: attualmente l’80% di Carige è iscritto sui loro libri per 103,66 milioni. Difficile ipotizzare che, in questo contesto, Ccb sia disposta a pagare i 300 milioni previsti nella opzione call (di acquisto) sottoscritta due anni fa. Prima della pandemia, prima dei 251 milioni di perdite appena contabilizzate nel bilancio di 11 mesi, al dicembre 2020, che la banca ha appena licenziato.

Quello era un altro mondo, e probabilmente anche allora Ccb non moriva dalla voglia di prendere quella partecipazione, pur non sottraendosi alla chiamata alle armi (di Banca d’Italia?, ndr) dell’epoca. Ora potrebbe avere ancora meno voglia di imbarcarsi in un’operazione del genere ed è possibile che pur senza clamori stia facendo qualche riflessione anche sull’alternativa di un matrimonio con l’altra capogruppo del sistema delle Bcc, cioè Iccrea. Ipotesi che periodicamente riaffiora e che potrebbe acquistare maggior fascino come soluzione elegante per sfuggire a Carige.

Può darsi che già domani Ccb ufficializzi la sua “proposta” al Fondo che secondo i rumors verte sul pagamento di un euro simbolico, accompagnato da una dote di 500 milioni del venditore. Anche perché, sempre secondo voci di mercato, prima o poi Carige avrà bisogno di un rafforzamento patrimoniale, quando verranno meno le barriere di protezione anti-Covid decise dalle autorità a difesa di tutto il sistema (per quanto oggi Carige abbia un Cet1 pari al 12,8% e un livello molto basso di Npl).

Di certo, il Fondo ha bisogno di una proposta formale, anche per poterla rifiutare. Se non sarà una settimana decisiva, sicuramente sarà una settimana impegnativa.